Dalle finestre aperte di quest'estate metropolitana esalano i respiri ed i singulti di uomini e donne, avvolti in crisalidi di cemento e piante appese ai balconi. Come un'aria serena e soporifera, la melodia notturna di zanzare, sfarfallìo di neon, sommessi sospiri e non celati orgasmi e gocciolare di rubinetti aperti, invadeva il buio. Piano, con lo sguardo vigile sulla città benevola ed addormentata, si aggirava per il quartiere, spostandosi di ombra in ombra, corpo estraneo tra le pieghe squadrate ed ostili dei condomini arcigni.
Estrae dallo zaino lo spray e lì, su quella parete scabra e muffita, traccia con la pressione dell'indice lettere d'argento e di vendetta.
Aveva una lingua di vischio e le zampe ricoperte da setole sottili come capelli. Le zampe, in numero di sei, fuoriuscivano dal bacino, a stella, dal corpo bipartito longitudinalmente, tre e tre. Le zampe della coppia centrale erano più lunghe delle altre, quasi il doppio. Il corpo era diviso in 4 segmenti, raccordati da anelli coriacei. La corazza dell'insetto era nera e cangiante. 10 occhi, come 10 cupolette disposte simmetricamente sul capo da cui sporgevano i rostri della bocca.
L'insetto ti stava sul collo e si trascinava lasciando una scia di saliva che, percorsa a ritroso, portava alla finestra della tua camera. Era una scia bianca e gelatinosa, secreta copiosa dall'apparato boccale. L'insetto indugiava sul collo e sul tuo petto generoso, e tu, ignara, dormivi. Scivolò sul ventre e poi sul bacino, sull'interno coscia e sul ginocchio. Alla caviglia si girò su se' stesso e con un balzo idraulico ti fu sulle spalle e sui capelli, dove si immerse. Poi, dopo qualche minuto, riapparve per poi adagiarsi nuovamente sul tuo seno. L'insetto, cullato dalla risacca del tuo respiro, restò così, fermo e sopito, per tutta la notte.
Alle prime luci del mattino, mentre tu ancora sognavi le carezze desiderate, era già andato via.
Come orme sulla condensa, diventa alone la vita. Con quella trama di isolette sporche e raggrumate sul vetro, macchie allungate e bianchicce, come scorza di serpente dimenticata su un sasso. Come in una camera a bolle, il dito scivola e beve rugiada dal vetro con la scia liscia di goccioline al suo passare. Scrive parole d'amore. Ed il suo pensiero torna lucido e presente, prima di rioffuscarsi per la stanchezza, torna sul conto in sospeso che non lo fa dormire la notte e lo frustra di giorno. La sua donna morta ammazzata, del cui assassinio trovare i mandanti. Giocarci come il gatto col topo e poi distruggerne la reputazione ed infine ucciderli, atrocemente, quando nessuno li avrebbe rimpianti. Sa che tutto questo va, in linea di principio, contro la sua deontologia di sbirro in congedo. Ma, diciamo, la sua linea di principio non è mai stata una retta, quanto più un arabesco ed a lui piace pensare d'essere una decorazione barocca, creata ipocritamente a maggior gloria divina, ma esclusivo monumento alla vanagloria umana. Intanto il fumo della sua sigaretta si era scontrato, producendo traiettorie convolute, contro il vetro. Ma fumo ed acqua non si mescolano. Oltre il vetro il giardino del suo condominio costellato di escrementi canini dove bimbetti imbacuccati calpestano, correndo, la neve caduta di fresco.
Con le mani giunte pregava la Madonna del Migrante. Pioveva grazie al cielo e beveva le gocce di pioggia che gli cadevano sul suo braccio macchiato dalla salsedine. Da giorni, insieme ai suoi compagni di viaggio, era in balìa delle onde. Su un gommone sovraccarico, il motore in panne, per viveri solo la speranza, le scorte d'acqua esigue. Già al secondo giorno i più deboli se ne erano andati. Abbandonati in mare tra le lacrime e le onde. Coloro che li avevano portati al largo si erano fatti pagare migliaia di dollari per la traversata, soldi lavorati anni. Ma quei ladri svolsero il lavoro solo a metà , abbandonando gli sventurati nel mezzo del canale di Sicilia. Lui veniva dalla terra dei leoni. Aveva perso entrambi i genitori, aveva visto lo stupro di sua sorella senza poterlo impedire ne' vendicare, aveva sentito l'odore della polvere da sparo ed il calore del sangue dei missionari. Furono loro che gli fecero conoscere che esistono posti, nel mondo, dove la pace e la prosperità producono bontà ed altruismo e non c'è morte se non circondati dai propri cari in un letto. Ed un cristiano può vivere del proprio sudore e non morire della propria razza, a causa dell'odio etnico.
Quando vide arrivare da lontano un'imbarcazione battente bandiera italiana, pensò di essere salvo, che forse erano arrivati gli angeli a fargli percorrere i pochi chilometri che lo separavano dalla salvezza, dopo quel lungo viaggio di redenzione, per la Pasqua finale, per il riscatto della sua vita, espiata nel suo esodo.
Quella sera passò la notte, dolorante, in una cella libica.
Contemporaneamente un uomo, altrove, esultava, salutando con enfasi, davanti a genuflessi giornalisti e fesse telecamere, l'evento storico del respingimento.
Attraversava la nebbia di fumo e calcinacci col suo passo strascinato da zoppo. Ignorava, protetto dalla sua rozzezza primitiva, l'odore di carne bruciata e di esplosivo. Sapeva, prima che accadesse, che quello che era appena successo in quella strada di Palermo, doveva avvenire. Era stato avvicinato, qualche giorno prima, da un uomo vestito bene, con un vistoso orologio e scarpe laccate. L'uomo gli promise un milione di lire se avesse trovato una valigetta. Il salario gli sarebbe spettato però solo se avesse aperto quella valigetta ed estratto un'agenda. Un'agenda verde. Si guardò attorno tossendo con gli occhi in fiamme. Si accorse di essere circondato da stracci di corpi, brani di carne e cervella, tutto, attorno a lui, faceva eco a quel boato immane che poco prima aveva sconquassato il quartiere. Si avvicinò alla parete di un edificio, dipinto a nuovo da schizzi sanguinolenti a correggere col rosso i già presenti graffiti inneggianti alla fica. Là, per terra, in mezzo ad un'esplosione di budella che impressionava il marciapiede di cemento, giaceva la valigetta che stava cercando. Aveva vinto. Nel passo accelerato l'arto rattrappito si svolgeva e dalle scapole a punta un'escrescenza lacerò la pelle liberando ali membranose, spiegate alte come un trionfo. Gli occhi piegati in un ghigno giallo dalle pupille caprine. Sul capo, corna ossute. Afferrata la valigia, spiccò il volo ruggendo bestemmie.
Stavamo davanti alle telecamere e questo farabutto mi siede mellifluo accanto continuando a sparare cazzate, inalberandosi alle mie sacrosante obiezioni come fosse un ragazzino piagnone e viziato per poi parlarmi sopra, incalzandomi con domande cretine e parrucchinamente ficcanti. E' il tipico faccia di merda da talk show politico, gonfio di sicumera e arroganza, abile nei fondamentali del brainfucking, ripete mantra che fanno presa sulle teste molli di questo paese in putrefazione. Ecco che ritorna alla carica con la sua tiritera trita e ritrita. Le formule ben studiate dagli esperti di comunicazione che, statistiche alla mano, segnano le espressioni facciali migliori, le frasi più ipnotiche, i vezzi più leziosi per inculare il servo italiano medio. Servo e suddito e felice di esserlo. Succube. Ti piscio in testa. Sto faccia di Viagra, come un megafono, amplifica le puttanate che gli esperti del suo padrone gli hanno fatto per bene studiare. Cade sempre in piedi, come gli stronzi, che come cadono cadono, l'importante è che cadano e va benissimo così.
I presentatori lo fanno parlare, amministrano generosamente il tempo a disposizione degli ospiti lasciando sempre l'ultima parola al belloccio che mi siede accanto che non solo parla quando è il suo turno accusandomi di essere un maleducato comunista antidemocratico ma che parla anche quando tocca a me e, se fosse una persona con un briciolo di dignità ed onestà intellettuale, farebbe silenzio. Invece quest'essere implume ed imberbe, un verme con gli occhiali da primo della classe figlio di puttana, da chierichetto che ruba le offerte, questo animale dalla voce vellutata e la gola avida, è uno di quelli che se incontrasse un suo doppio, un sosia, uno in tutto e per tutto simile a lui, lo odierebbe. Diffidare da costoro, da coloro che se si incontrassero si maledirebbero. Gli dico, fuor di metafora, all'ennesima interruzione "Onorevole Cazzone, adesso, sul serio, hai rotto il cazzo con il tuo coccodè da gallina culomolle, chiudi quella cloaca e sta' a sentire una buona volta".
Lui guarda in telecamera e dice: "Vedete, italiani? Questi sono quelli dell'opposizione, i soliti tiranni, non cambieranno mai".
Lo guardo e gli dico: "Pezzo di sifone, mascella smascellata, lavandino otturato che non sei altro, chiudi quel cazzo di becco prima che perda la pazienza definitivamente".
E lui, fece solo in tempo ad aspirare l'aria per dar nuovamente fiato alla tromba della sua bocca sporca.
Un pugno gli piombò in pieno viso e lo fece cadere all'indietro. Poi qualcuno gli saltò addosso a cavalcioni, continuando a pestare alla cieca nella pozza di sangue con le nocche bagnate di un liquido caldo e viscoso. Quando mi resi conto che ero io colui che stava ammazzando di botte l'on. Cazzone mi comparve un sorriso sul viso e godendomi il momento continuai a picchiare, intensificando la forza e la frequenza dei colpi.
Da sotto la pelle maciullata emerse una calotta cranica metallica ed il corpo dell'on. Cazzone iniziò a scuotersi facendo scintille e producendo il suono delle zanzariere elettriche, e lo stesso odore.
Fuggii prima dell'esplosione di quel corpo bionico, di quell'incesto tra macchine e carne, portando in salvo la conduttrice che per riconoscenza mi donò il fiore dei suoi anni.
Stillava dalla parete acqua gelida. Evaporando e filtrando di dissolveva dalla pozza stagnante che non cresceva o diminuiva. C'era un braciere e non c'era alcuna finestra. Non ricordava il suo ingresso in quella cella umida ma ricordava il mandato che gli fu assegnato. Gli fu dato un cerino ed un libro, da un uomo che era entrato in quella stanza a porta chiusa. L'uomo, nell'oscurità , gli aveva detto: "Fratello, leggi questo libro entro stanotte o morirai". Nel buio della cella i suoi occhi non potevano acclimatarsi. E non poteva sapere quando sarebbe arrivata la notte. Accese il cerino e cominciò a leggere la prima pagina. E con la pagina letta, strappata, si fece una torcia e luce, propagando la fiamma del cerino per illuminare la seconda pagina. E così via. Al termine, la voce gli disse, rinnovando la minaccia, di continuare a leggere il nuovo libro che era comparso ad un angolo della cella. Ed egli passò la fiamma dal libro ormai consumato al frontespizio di quello nuovo. Lesse migliaia di libri in questa maniera, rincorrendone la fine, prima della notte.
Lo lascio così, in quella cella. Sono io il suo carceriere. Ne ho creato l'esistenza ed il destino malato. Dalla mia immaginazione nasce la sua condanna e resterà lì, in eterno, a leggere pagine piene di caratteri casuali e frasi dementi, poiché la fantasia del suo creatore si esaurisce come la fiamma stessa di un cerino.
E così si concluse la loro telefonata. Poggiò il telefono sul tavolo e la sua schiena sul materasso nudo sul quale si era abituato a dormire. Stava come una cosa dimenticata per sbadataggine da qualche parte, finchè non viene ritrovata. Quando lui stesso si ritrovò, lì a fissare il soffitto, fece un sospiro, strizzò gli occhi e sospirò nuovamente. Poi tossì. E si rese conto di vederli. Li vedeva, li vedeva. Come tele di ragno sottilissime e tenaci. Vedeva i fili stesi con cura, il cappio che lentamente era stato annodato al collo di Jerome. La corda con cui l'avevano vestito, davanti a tutti, tutti ben narcotizzati da pretesti e preoccupazioni, in un disegno certosino in cui le diverse azioni sembravano casuali, i fatti cruciali distanziati sapientemente perchè non sembrassero tali, le ricorrenze malate, le false coincidenze. Tutto faceva parte di un piano congegnato con meticolosità . Era appena venuto a conoscenza dell'atto finale con cui i suoi nemici avevano distrutto Jerome, capro espiatorio allevato con mano dedita dai suoi aguzzini per poi essere dato in pasto al linciaggio collettivo. La gente era stata catturata dalla tela, irretita da messaggi subliminali, trasformata gradualmente non dalle idee violente ma dai bassi istinti catodici. Giornaliste languide, con voce suadente, giorno per giorno entravano in casa della gente per mezzo della televisione e poco alla volta avevano modellato l'opinione pubblica. Disponevano, per conto dei propri padroni, tessere di domino in verticale. Qua e là , con sorrisi fotogenici. Finchè alla fine le tessere formarono un lungo serpente instabile, pronto a franare, a catena, per poi travolgere il povero Jerome.
Orlando uscì di casa armato di coltello. La lama affilata come il suo pensiero, il manico di bachelite levigata gli premeva contro il ventre. Attese a lungo, fuori da quel palazzo grigio, sotto la pioggia incessante. Aveva il cappello inzuppato, le falde larghe mosce come le palle dell'uomo di merda che stava aspettando. La pioggia pensava di aver tutti i diritti a piovere. E lui di avere tutti i diritti ad ammazzare. L'acqua gli scivolava lungo i fianchi dell'impermeabile, scendeva nelle tasche e lambiva quella foto ingiallita che stringeva forte nella mano. La vittima uscì dall'albergo, basso, il cuore troppo vicino al culo, il vezzo del tacchetto. L'imprudenza della notorietà lo faceva andare tranquillo nella sua impune menzogneria, avvolto da un olezzo di corruzione e vaselina, il bruciore della coca nelle sue narici atrofizzate, il suo cuore di cane che batteva una marcetta marziale ne scandiva il passo volgare. Gli passò vicino, poteva vedere lo sguardo compiaciuto di quel farabutto imbellettato, gonfio di sofisticazione catodica.
Con passo rapido gli si mise in scia. La pioggia pensava di avere tutti i diritti a piovere. Ed a pestare sul mondo con le sue bacchette jazz, le sue spazzole sul piatto d'asfalto, che coprivano l'incedere di Orlando e mascheravano il suo avvicinarsi alla vittima. Quando gli si fece sotto lo chiamò per nome. L'uomo si girò con fastidio, pensava fosse un ammiratore.
La lama colpì il suo volto e gli tagliò di netto il bulbo oculare destro, staccò un lembo di naso e squarciò la guancia sinistra. Ma rimase come inebetito, in piedi. Il solo occhio rimasto fissava Orlando come impazzito d'odio, come animato da una muta follìa. Poi urlò un grido disumano, sbavando dalla bocca bile verde, sangue e fetore di zolfo. Entrambe le mani sull'impugnatura, Orlando gli piantò in fronte il coltello. Il suo nemico si accasciò come un cencio e la pioggia ne trascinò il cadavere ormai disgregato fin giù nel pozzo nero.
Sergej fu rinvenuto appeso nella penombra della sua stanza, un nodo alla gola stretto a perpendicolo, nel gravido mattino invernale di Rostok. La corda era sottile, tesa e vibrante ed aveva provocato attorno al suo collo esile di ragazzo di soffitta un profondo solco bianco. Il viso di cera sembrava in apnea, gli occhi chiusi e la fronte contratta, il ritratto della concentrazione come se il trapasso richiedesse uno sforzo di immaginazione nell'attimo estremo. La signora Marianova aveva appena salito le scale che portavano al piano di sopra e si apprestava alle pulizie quotidiane di cui si occupava per gli inquilini della pensione. Era una donna corpulenta che si portava dietro un treno pingue ed una capigliatura rossiccia ed unta. Sua figlia Natasha ricamava ed era conosciuta nel quartiere per la sua bravura e gusto. Marianova, con ancora il fiato grosso per la fatica delle scale e del lavoro, entrò nella camera di Sergej verso le 8 del mattino girando la chiave scrostata nella serratura e spingendo la porta, accompagnata dal suo consueto scricchiolio. Faceva freddo. Quando lo vide Marianova non si lasciò scappare nemmeno un fiato. Si accovacciò ai suoi piedi e lesse il messaggio che Sergej aveva lasciato.
"Cari amici, la vita non mi è di alcun conforto dal giorno in cui per mia sfortuna il Gran Consiglio Aleatorio di Rostok scelse me, quale cittadino indicato dal Caso, per prendere una decisione di importanza enorme per la comunità . La scelta che presi fu sbagliata e ne vediamo ancora le conseguenze con la morìa che tuttora si prolunga nelle nostre strade, ormai da mesi. Sapete bene che il nostro ordinamento democratico lascia che il Caso scelga chi deve prendere di volta in volta le decisioni, anche le più importanti. La statistica ci ha finora premiato: Rostok alleva giovani preparati, colti ed onesti per prepararli all'eventualità della chiamata dal Gran Consiglio. La nostra Costituzione prevede che la decisione dell'eletto debba essere presa nella massima libertà ed in coscienza ed in totale anonimato, per evitare che poteri occulti inquinino la scelta con la corruzione. Tuttavia non sempre il prescelto è degno di tale compito: io non lo fui. Con questo mio gesto risolutivo pongo fine al travaglio ed il rimorso per un errore politico imperdonabile. Ricordatemi come un cittadino inetto, indegno del glorioso nome di Rostok. Addio."
Marianova restò in preghiera per dieci minuti recitando litanie, contemplando il cadavere. Poi raccolse il fiato e le sue membra pesanti e diede l'allarme.
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